Quella volta che il beroitano Caterino Lauri criticò i potenti Borgia

(di A. Andreani)

E’ agosto, tutti hanno qualche minuto in più per leggere e noi ne approfittiamo – sperando di non tediarvi e di farvi cosa gradita – proponendovi un’altra interessante pagina di storia di Beroide.

Questa vicenda che stiamo per narrarvi è collocata nei primi mesi dell’anno 1503, allorquando Cesare Borgia – cardinale, duca di Valentino, fratello di Lucrezia, figlio del Papa Alessandro VI – divenuto signore della Romagna, progettava di estendere il suo potere ai territori circonvicini.

Al governatorato di Spoleto era succeduto a Lucrezia Borgia e Ludovico Borgia, dopo alcuni luogotenenti, Francesco Marrades.

Si narra che, nei primi giorni del febbraio 1503, una parte dell’esercito del duca Cesare Borgia, con al seguito alcuni suoi familiari, transitò per il territorio di Spoleto, per quel di Beroide e nell’occasione un “villano” di Beroide proferì contro costoro parole alquanto ingiuriose. Il fatto fu subito giudicato gravissimo.

L’auditore del governatore Francesco Marrades, nella sua comunicazione fatta al Consiglio spoletino il 10 febbraio 1503, chiese – per salvare Spoleto dalla sciagura – si punisse severamente la comunità di Beroide e il castello fosse disfatto dalle fondamenta, perché lo sdegno derivante dalle offese proferite dal “villano” di Beroide si mitigasse, sapendo come l’ingiuria fosse stata esemplarmente vendicata.

Il Consiglio – sia per timore del Borgia padre, il Papa, sia del duca Cesare, sia contro i sempre riottosi beroitani – si pronunciò subito favorevolmente alla punizione più severa per le offese pronunciate dal “villano” beroitano e decise di buon grado che avrebbe dato al governatore tutto l’aiuto che occorreva per punire i beroitani. Inoltre, il Consiglio comandò che, a spese dei beroitani, si mandassero oratori dal duca Cesare Borgia per informarlo dell’avvenuto e per dimostrare a quest’ultimo che il medesimo Consiglio voleva si desse immediato seguito alla tremenda punizione.

Anche i beroitani ebbero molta paura dell’accaduto, delle conseguenti ire dei potenti Borgia e piuttosto spaventati – per comando dei priori – catturarono l’imprudente “villano”, il quale si chiamava Caterino Lauri. Caterino per volontà del governatore, Francesco Marrades, fu posto nelle carceri del podestà ad aspettare la mala ventura gli fosse toccata. Della sorte di Caterino Lauri non si sa cosa avvenne, ma nulla lascia presagire che ebbe una buona fine.

Dopo quanto accaduto – riporta il Sansi nella sua celebre “Storia del Comune di Spoleto dal secolo XII al secolo XVII, volume II, capitolo XX” – «il buon animo del cardinal Borgia portò rimedio a tutto», in altri termini il “signorotto” si ritenne appagato di quanto già fatto per punire l’onta subita.

Non sappiamo se effettivamente Caterino Lauri, il beroitano che osò ribellarsi ai Borgia, fosse il “matto del paese” oppure un coraggioso uomo che si arrischiò in parole di critica verso uno degli eserciti più potenti del tempo. Tra l’altro, l’esercito di Cesare Borgia, colui al quale Niccolò Macchiavelli dedicò il famoso libro “Il Principe”. A noi piace pensare che Caterino Lauri non fosse uno sprovveduto, bensì un uomo coraggioso da ricordare in queste poche righe.

Tuttavia, alcuni mesi dopo la presunta brutta fine del povero beroitano Caterino Lauri toccò allo stesso duca Cesare Borgia, naturalmente per altre vicende, essere incarcerato, ma questa è un’altra storia.

 

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